
Diario dal Franchise Expo Paris 2026: quello che si sente quando si abbassa la guardia
Parigi, marzo 2026. Non so più quante volte sono venuta al Franchise Expo Paris. Abbastanza da sapere cosa troverò dentro prima ancora di entrare. Eppure ogni anno, davanti a quell’ingresso, mi fermo un secondo.
Forse è il caffè francese che non fa ancora effetto — e in fiera, va detto, è particolarmente deludente. Forse è quella sensazione strana di chi conosce un posto così bene da non aspettarsi sorprese, e si chiede lo stesso se quest’anno sarà diverso.
Spoiler: qualcosa di diverso c’è sempre. Ma non sempre dove te lo aspetti.
Franchise Expo Paris – Giorno 1
Primo giro: meno gente, qualche sorpresa
La prima cosa che noto è il silenzio relativo. Meno gente del solito, almeno in questa prima giornata. Il sole primaverile di Parigi ha probabilmente convinto qualcuno a rimandare la visita al weekend. I 30 euro del biglietto last minute hanno fatto il resto.
La sezione italiana mi delude un po’: una decina di brand presenti, quando me ne aspettavo di più. Ma la qualità conta più della quantità. E tra i presenti c’è qualche Franchisor che vale davvero la pena raccontare.
Storefit, ad esempio: porta il sistema, non solo il brand.
Tra gli stand italiani, quello di Storefit, palestre con tecnologia EMS in franchising, alla loro prima volta in Francia, è quello che mi ha convinta di più.
Hanno i visori. Non per fare scena, ma per far vivere l’esperienza dell’attività al potenziale affiliato: con le cuffie, in francese, così nessuna barriera linguistica diventa un ostacolo. Non spieghi il modello, lo fai toccare con mano.
Ma la mossa più brillante è un’altra. Si sono portati dietro la loro commercialista. Che non è lì come consulente, ma è lì come affiliata. Anzi, come affiliata che ha aperto due Storefit.
Pensateci: quando il professionista che ti segue i conti ha creduto abbastanza nel modello da aprirne due punti vendita, non hai bisogno di grandi argomentazioni. È la prova sociale più credibile che esista. Jasmine, la fondatrice, ci mette la faccia nel brand… e si vede. Nato nel 2019, Storefit è ancora un franchising giovane, con pochi affiliati. Ma con queste premesse ha tutte le carte in regola per crescere bene.
La Brigade: quando i follower diventano un asset
L’altro nome che mi ha colpita è La Brigade, catena francese in forte crescita che ha fatto del marketing il suo vero core business. La cosa interessante? Il numero di follower è esposto come asset di franchising. Non come vanità metrica, ma come leva concreta per attrarre affiliati: “Entri in una rete che ha già un pubblico.”
È una logica che in Italia stentiamo ancora ad adottare. La brand awareness come elemento del pacchetto franchising. Vale la pena tenerla d’occhio.
Il padiglione delle pizzerie (e un panificatore coraggioso)
Non posso non citare l’ennesima ondata di brand francesi che si lanciano nel mondo della pizza. Mercato enorme, sì. Ma i posizionamenti si assomigliano tutti, i claim pure. Tanto rumore, poca differenziazione.
In mezzo a tutto questo, uno stand mi ha fatto tenerezza nel senso buono: un panificatore parigino di origini italiane che ha costruito una catena chiamata Pane Vivo e adesso si lancia con Pizza Viva. Lo stand era essenziale, o meglio diciamo così. Ma c’era qualcosa di autentico in quell’uomo che ci credeva davvero. Gli auguro tutto il bene.
La conversazione sul Franchising che vale tutta la giornata
Le fiere non sono solo stand. Sono soprattutto conversazioni. E quella che porterò a casa da questo primo giorno non l’ho trovata in nessun padiglione.
Ho parlato con Umberto Gonnella, presidente di Federfranchising, e ci siamo fermati a ragionare su un tema che mi sta particolarmente a cuore: la formazione, le royalties, e il divario culturale tra Italia e Francia.
Umberto ricordava le prime edizioni del Franchise Expo Paris a cui aveva partecipato con brand italiani. I potenziali affiliati francesi guardavano le fee e si insospettivano. Non perché fossero alte. Perché erano basse. “Se chiedi così poco,” dicevano, “come fai a seguirmi davvero?”
In Italia succede esattamente il contrario. Le fee le teniamo basse per non spaventare. E così comunichiamo, senza volerlo, che il nostro supporto vale poco.
Il paradosso è tutto qui: svendere le royalties non abbassa la barriera d’ingresso. Abbassa la percezione del valore.
E c’è un altro tema che ho sollevato, e che mi sta a cuore forse ancora di più. I franchisor italiani dovrebbero avere il coraggio di far parlare i propri affiliati. Non solo nelle convention interne, non solo nei momenti in cui tutto va bene. Pubblicamente. Perché la coerenza tra quello che un franchisor promette e quello che i franchisee vivono davvero è l’unica forma di reputazione che regge nel tempo.
Eppure molti franchisor italiani hanno paura dei loro affiliati. Li tengono a distanza, li escludono dalle decisioni, evitano di dargli troppa voce. Come se la trasparenza fosse un rischio, invece che una risorsa.
È un minus del franchising italiano. E si vede.
La risposta, visiva e immediata, me l’ha data la fiera stessa. Quest’anno la campagna del Franchise Expo Paris sulle metropolitane di Parigi si chiama “OUI”. Centinaia di volti, ma non di fondatori, non di manager. Volti di affiliati. Persone che hanno investito in un modello e ci hanno costruito qualcosa. “OUI aiutiamo le persone a mangiare meglio.” “OUI aiutiamo le persone a stare meglio.” Ognuno con la propria storia, il proprio settore, la propria faccia.
È una dichiarazione di intenti precisa: il franchising è un sistema che crea valore per chi ci investe dentro. Non solo per chi lo vende.
Quando rientro in Italia, quella campagna me la porto dietro. Come promemoria.
La formazione: il nodo che non si scioglie
Sulla formazione il tema è ancora aperto e doloroso. Un noto brand italiano di calze — rete grande, presenza capillare — si è scontrato esattamente con questo problema: alto turnover nei punti vendita, affiliati che non vogliono far formare le nuove dipendenti perché la vedono come un costo, non come un investimento. Risultato? Personale in negozio che non sa cosa sta vendendo.
La risposta più interessante a questo problema me l’ha data, senza saperlo, Jasmine di Storefit. Lei la formazione l’ha messa come asset obbligatorio del modello — non un extra, non una voce in più in fattura. È dentro. È parte di quello che sei come franchisor. E gli affiliati la vivono di conseguenza.
Non è una soluzione universale. Ma è un cambio di prospettiva che vale la pena rubare.
La comunicazione nelle reti: il problema che nessuno vuole ammettere
In fiera ho fatto una cosa che faccio sempre: ho girato, ho ascoltato, ho fatto domande. In particolare ho chiesto ad alcuni franchisor come gestiscono la comunicazione locale dei loro affiliati. Come standardizzano i materiali. Se misurano i risultati.
Le risposte, nella maggior parte dei casi, erano vaghe. Qualcuno ancora fa ricariche sui materiali grafici agli affiliati, convinto, immagino, che non se ne accorgano. Spoiler: se ne accorgono. E quando se ne accorgono, quella fiducia che hai faticato a costruire si incrina in modo silenzioso ma irreversibile.
Il punto non è solo etico. È strategico. La comunicazione di una rete in franchising dovrebbe essere scalabile: standardizzata dove serve, personalizzabile dove ha senso, misurabile sempre. Non una fonte di margine nascosto.
Ho scoperto in fiera (ma qualche mese fa, ancora) un progetto che affronta esattamente questo problema in modo intelligente e che voglio raccontare per bene nei prossimi giorni, perché merita spazio e attenzione. Stay tuned.
Fine giornata
Stanca. Le scarpe che fanno il loro lavoro. Un caffè pessimo di troppo.
Ma anche quella cosa che si riaccende ogni volta che vengo qui: la conferma che il franchising fatto bene è uno dei modelli di business più solidi e umani che esistano. E la frustrazione, uguale e contraria, per quanto spesso venga fatto male.
Domani si ricomincia. Vi aggiorno.
Sono Silvia Signoretti, consulente di marketing e franchising, facilitatrice LSP® e formatrice. Lavora con franchisor e reti commerciali su strategia, comunicazione e sviluppo della rete. La trovi su silviasignoretti.com e franchisingstrategy.com.

L’arte di sbagliare bene (e di ammetterlo)
“Il rischio della stupidità riguarda tutti […] è un’attitudine […] e una sua fondamentale caratteristica risiede nella tendenza a mettere etichette e ricorrere a schemi, a formulare precipitose quanto categoriche semplificazioni”. Così, più o meno, potete leggere agli inizi di “Elogio dell’Ignoranza e dell’Errore” di Gianrico Carofiglio.
Mentre cercavo un modo per scrivere di questa importante – per me – lettura, confrontandomi un po’ con l’AI, mi sono sentita suggerire: “perché non racconti di un tuo errore?”… Momento di panico.
Etichetta immediata: “Gli errori sono da nascondere“. Schema automatico: “Se ammetto di sbagliare, perdo credibilità“. Semplificazione categorica: “I professionisti non sbagliano”.
Carofiglio mi aveva appena colto in flagrante stupidità. E l’ironia era servita su un piatto d’argento.
Piccola nota: Carofiglio è stato un magistrato, scrive romanzi, saggi, racconti. Questo libro è uscito pochi anni fa e forse non è uno dei suoi testi più famosi, ma a mio avviso andrebbe fatto leggere a scuola, ecco. Si legge facilmente: sono appena 84 pagine, ma sono dense di significato. Ho provato a farci una riflessione tutta mia. Se vi va, fatemi sapere cosa ne pensate.
Quando Carofiglio ti suona la sveglia
Ho letto, riletto e amato “Elogio dell’ignoranza e dell’errore” di Gianrico Carofiglio, nato dalla sua grande capacità di analisi della realtà e del contesto e dalla sua storia personale, che gli ha permesso di rendersi conto, solo poi, che gli errori sono stati un grande dono per la sua vita. Se c’è una cosa che questo libro fa bene è suonarti la sveglia sui tuoi automatismi. Non con schiaffi morali, ma con quella gentilezza chirurgica tipica di chi ha passato anni nei tribunali a osservare la natura umana.
Ma attenzione: Carofiglio non è qui per venderci l’ennesima ricetta motivazionale. Anzi, ci mette in guardia proprio da questo. Come scrive: “Viviamo in un’epoca in cui la retorica tossica del pensiero positivo e del fallire meglio sembra onnipresente. Siamo costantemente bombardati di messaggi sulla necessità di abbracciare tutti i nostri errori e inserirli in una narrazione mitologica e banalmente ottimistica della vita e dell’esperienza.”
Ecco, finalmente qualcuno che lo dice. Non tutti gli errori sono lezioni travestite. A volte un errore è semplicemente… un errore.
Eppure eccomi qui, consulente di marketing che forma altri professionisti, con la paura istintiva di ammettere che sì, sbaglio ancora. Regolarmente. E la cosa che mi frega sempre è il mio giudizio sull’errore.
L’errore che non ti aspetti
Allora ve ne racconto uno, di errore. Qualche mese fa stavo preparando una presentazione per un cliente importante. Franchising, strategie, numeri, tutto perfetto. O almeno così credevo.
Arrivo in sala, apro Canva e… nel riprendere il modello delle slide, avevo dimenticato di togliere delle cose di un progetto precedente. C’erano nomi sbagliati e anche qualche logo sbagliato. Di fatto non avevo ricontrollato le slide e l’ultimo salvataggio, boh, forse mi ero dimenticata di farlo, o non so, perché quando succedono queste cose ti appelli a qualsiasi capro espiatorio, no? Cioè, il primo pensiero è che non sia colpa mia, ecco. Non succede anche a voi?
La mia prima reazione? Cercare disperatamente una scusa. Un problema tecnico, un file corrotto, qualsiasi cosa pur di non dire “ho sbagliato io”.
Poi ho respirato e ho fatto una cosa che Carofiglio avrebbe approvato: ho ammesso l’errore. Non con drammi o giustificazioni, ma con onestà. “Ci sono degli errori nelle slide che vorrei correggere. Avete dieci minuti per un caffè mentre sistemo?”
Quello che è successo dopo
Sapete cosa è successo? Il cliente ha sorriso. “Finalmente qualcuno che non cerca di vendermela come una strategia voluta.” E da lì è nata una delle conversazioni più autentiche e produttive che abbia mai avuto.
L’errore aveva fatto quello che nessuna presentazione perfetta avrebbe mai potuto fare: aveva abbattuto le barriere, creato connessione umana, aperto spazio al dialogo vero.
Ma non voglio cadere nella trappola che Carofiglio stesso denuncia: non sto dicendo che tutti gli errori sono benedizioni travestite. Come lui scrive: “L’accettazione degli errori e dei fallimenti non contribuisce al progresso perché tutti gli errori e i fallimenti sono utili o contengono lezioni da impartire. Vederli come parte integrante della nostra umanità, anche quando non portano da nessuna parte, ci permette però di muoverci con più scioltezza, meno ansia, senza il peso della perfezione che spesso ci imponiamo.”
Ecco il punto: non è che sbagliare sia sempre utile. È che accettare di essere imperfetti ci fa respirare meglio (anche se prima dovremmo liberarci di quell’effetto apnea che ci viene a pensare di dover ammettere di aver sbagliato).
Il paradosso della competenza
Chi lavora con me sa che spesso una frase che dico è: “mi informo e ti faccio sapere”. La fortuna (o magari una capacità relazionale che potrei attribuirmi) è che ho una grande rete di professionisti con cui ci misuriamo e ci confrontiamo, consapevoli (la gran parte) che non si nasce mai “imparati”. Ed ecco che allora, talvolta, scatta un altro “piccolo” errore: sottovaluto – o sopravvaluto – il tempo di risposta degli altri. Facciamo un esempio: problema X, su cui ho una mezza idea di sapere la soluzione, ma non voglio fare come il fuffa guru che sa tutto e preferisco approfondire. So che il professionista K potrebbe avere la soluzione e dico al cliente che mi prendo un paio di giorni (?) per rispondere. Il fatto è che il cliente vorrebbe fare tutto subito e non mi lascia il tempo di sentire questa persona, parlarci e attendere i suoi tempi. Quante volte mi sono trovata a gestire una situazione simile! Qui l’errore – mio – è di valutazione del tempo altrui, mentre – del cliente – l’impazienza, grande cattiva consigliera di questi tempi.
Viviamo in una cultura che ha trasformato l’errore in una colpa morale. Sui social, nel lavoro, nelle relazioni: devi sempre sapere tutto, essere sempre al top, non mostrare mai incertezza. E devi sapere tutto subito, immediatamente, perché non c’è tempo, il che incide ancora di più nella possibilità di errare.
Questo ci sta uccidendo, ci sta togliendo quella sana capacità creativa che un errore sviluppa, specie se riconosciuto: l’arte di trovare soluzioni e migliorarci, evitando di reiterare quell’errore. Carofiglio la chiama “la trappola della conoscenza” e la descrive così: “Le persone, a causa delle competenze e delle abilità acquisite, tendono a ripetere comportamenti già collaudati senza adattarsi a nuove circostanze; tendono a formulare sempre le stesse diagnosi; tendono a commettere errori (spesso: gli stessi errori) senza essere capaci di ammetterli, senza essere capaci di autocorreggersi. La trappola della conoscenza genera una visione miope e autoreferenziale, un pensiero rigido e dunque incapace di adattarsi alla complessità dell’esperienza.”
Ecco il paradosso: più diventiamo “esperti”, più rischiamo di diventare ciechi. Nel mio lavoro di facilitatrice, formatrice e marketing manager pro tempore vedo questo ogni giorno. I consulenti più bravi non sono quelli che sanno tutto, ma quelli che sanno dire “non lo so, ma lo scopriamo insieme”. I leader più efficaci non sono quelli che non sbagliano mai, ma quelli che trasformano gli errori in opportunità di apprendimento per tutto il team.
L’ignoranza come superpotere
Ma qui Carofiglio ci porta oltre la semplice accettazione. Ci ricorda che spesso è proprio la paura di sbagliare a generare gli errori peggiori. “Dunque, taluni (molti, in realtà) cercano di evitare del tutto gli errori. Ed è proprio questo sforzo di evitare ogni errore a ogni costo che genera più facilmente fallimenti gravi, a volte disastrosi e irreversibili.”
Mi viene in mente quando ero piccina e avevo una Yashica FXD mentre tutti i miei amici usavano le macchinette automatiche. Loro facevano una foto per volta, io ne facevo decine della stessa scena. Carofiglio direbbe che avevo capito qualcosa di importante: “Si pensi ai grandi fotografi: per tirare fuori una buona foto ne fanno centinaia e centinaia che poi scarteranno.” (Non che io sia una grande fotografa, eh, anche se l’ho sognato).
Non si tratta di sprecare pellicola (o pixel, oggi). Si tratta di accettare che la bellezza nasce dalla sperimentazione, non dalla paura di sbagliare. Quando accetti di non sapere, apri spazio alla curiosità. Quando ammetti di aver sbagliato, inviti gli altri a fare lo stesso. Quando mostri vulnerabilità, crei connessione.
È quello che cerco di fare in questo blog: partire dalle mie riflessioni, dai miei dubbi, dai miei errori, per aprire conversazioni che possano alleggerire la vita a chi legge. Non perché ho le risposte, ma proprio perché non le ho.
Il coraggio di essere imperfetti
Allora eccomi qui, a quarant’anni suonati (ops, ho detto l’età e si sta pure avvicinando il mio genetliaco!), ancora a imparare l’arte di sbagliare bene. Ancora a scoprire che dietro ogni errore ammesso c’è una possibilità di crescita. Dietro ogni “non lo so” c’è una porta che si apre.
Carofiglio ci ricorda che il vero coraggio non è non avere paura di sbagliare. È avere il coraggio di essere imperfetti in un mondo che ci chiede di essere sempre al top.
E sapete una cosa? È liberatorio. Come quel sospiro che tiri quando finalmente puoi toglierti le scarpe strette dopo una giornata lunga, magari una di quelle in cui hai fatto 700 metri di dislivello in montagna e non vedevi l’ora di raggiungere la cima.
L’invito a sbagliare, sbagliare meglio
Quindi ecco il mio invito, ispirato dal libro di Carofiglio: proviamo a sbagliare meglio. Non nel senso di sbagliare di più, ma di farlo con consapevolezza, accettazione, e perché no, anche con un sorriso.
Proviamo a dire “non lo so” più spesso. A ammettere quando abbiamo torto. A trasformare gli errori in storie che valgono la pena raccontare. Non è facile. Il nostro cervello è programmato per proteggerci dalla vergogna. Ma forse è proprio lì, in quella zona di discomfort, che inizia la vera crescita. Come dice Carofiglio, l’ignoranza e l’errore non sono nemici da combattere. Sono compagni di viaggio da abbracciare.
E io, per cominciare, vi ho appena raccontato quello delle slide sbagliate.
A voi tocca.
Bibliografia: Gianrico Carofiglio, Elogio dell’ignoranza e dell’errore, Einaudi, 2024