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Digital 4 Kosovo: un’esperienza di formazione digitale

Era il 15 gennaio 2023. Antonino Polimeni postava su Facebook che avevamo raggiunto il nostro traguardo: 1500 euro per portare in Kosovo, al Campo di Leskoc, 10 pc. Puoi vedere il post qui.

Digital 4 Kosovo è nato, come tante cose belle, quasi per caso. Questo è il mio racconto di questa esperienza.

 

Digital 4 Kosovo quando non era ancora Digital 4 Kosovo.

Era settembre. Ero a casa mia comoda comoda. Mi arriva una videochiamata di Antonino Polimeni. Ho pensato a te, ho bisogno di te. Per chi lo conosce, Antonino non si ferma mai. Durante l’estate era stato in Kosovo in missione, aveva desiderio di rendersi utile ed è partito con Volunteer in the World insieme al suo amico Angelo Annibaldis. Durante quella chiamata, erano insieme. “A sti ragazzi dobbiamo dare un’opportunità, ok gli aiuti, ok tutto, ma il mondo fuori oggi può offrire loro molto di più e noi possiamo raccontarglielo”. So bene che quando ti confronti con chi è meno fortunato, ti rendi conto che vorresti stendere mille tappeti rossi per agevolargli il futuro. La vita poi vai in modo un pochino diverso, e lo abbiamo visto.

Dopo quella chiamata abbiamo parlato a lungo. Ci siamo anche incontrati. Dai che partiamo durante le vacanze di Natale. Ok ok. Io con la mia proverbiale ricerca di mettere in ordine le cose, ci ho provato anche qui. Ne è nata una lista:

  • Dobbiamo fare una riunione con il responsabile della casa;
  • Dobbiamo trovare i PC;
  • Dobbiamo trovare fondi.

Quantomeno questi erano i presupposti.

A  novembre avevamo già qualche pc, ma la situazione scolastica in Kosovo non ci faceva comprendere se saremmo mai partiti: serviva la disponibilità dei ragazzi, che vanno a scuola, e quindi serviva sapere quando avrebbero avuto le vacanze. Causa scioperi vari, non avevano iniziato le lezioni regolarmente, indi per cui le vacanze erano in forse.

 

Digital 4 Kosovo. Si parte

31 dicembre 2022. Ciao Antonino, buon anno anche a te! E il nuovo anno porta buone notizie: sembrano che abbiano confermato sia per le superiori che per le medie le ferie invernali nell’ultima settimana di gennaio a cavallo coi primi di febbraio (dal 28 al 3). Non avremmo altre date in cui tutti i ragazzi sono a casa.

Il messaggio, in un gruppo che vedeva solo me e Angelo come ulteriori interlocutori, continuava con un “Non abbandonatemi”. E chi ci pensava ad abbandonarli? “E allora si fa“, ho risposto quasi in contemporanea. In 5 giorni avevamo:

  • Date;
  • Programma;
  • Altri docenti;
  • Quasi tutti i pc.

E un piccolo problemino non da poco: portarli dall’altra parte, sti pc. Ammazza quanto costano le spedizioni! Devo dire che eravamo molto sconfortati, all’idea di spendere così tanto, senza magari portare qualche aiuto economico, che là ne hanno sempre bisogno. Quando chiedi, però, talvolta l’Universo si mette in ascolto. Non solo una Provvidenza provvidenziale ci ha fatto portare là i pc, ma abbiamo anche destinato quei 1500 euro raccolti alla casa. Bingo. Ognuno di noi, ci tengo a precisare per chiarezza, ha viaggiato a sue spese.

Cosa ci aspettavamo? Cosa abbiamo trovato in Kosovo? Riporto qui alcune riflessioni che ho fatto in quei giorni, ovvero la mia personale narrazione di un viaggio che mi è entrato nel cuore. Parto dal fondo, perché è ciò che è rimasto.

Verona. Italia. Una settimana dopo la Casa di Leskoc.

Le nostre ultime ore di lezione sono finite. Dopo una settimana si parte per nuovi viaggi. Tornare dal Kosovo è stata tosta. Mi ricorda l’effetto dei campiscuola di quando ero adolescente, “animata” – prima – e “animatrice” – poi-. In pochi giorni aggiungevi nel tuo mondo persone che prima non avresti mai immaginato di conoscere e quando le lasci vorresti portarle tutte con te, ti sembra quasi che il tuo mondo si stia improvvisamente svuotando.
Certo, andare in Kosovo non è stato affatto come andare a un camposcuola, sia chiaro, ma le emozioni sono simili. Non riuscivamo a salutare, a lasciar andare, a partire. “Partiamo per le 11, dopo la merenda” ci siamo detti. Siamo partiti alle 12 abbondanti, tra abbracci e commozione.
Se un tempo credevo che avrei mantenuto i contatti con tutti, che ci saremo rivisti presto, oggi sono più fatalista. Sarà quel che sarà. La voglia di tornare è tanta, il progetto che abbiamo realizzato è bello. Ci siamo amalgamati, tra noi e con l’ambiente, con la natura e con le persone. Non si può tenere tutto fisicamente. Si può tenere tanto nel cuore. Prima di partire, chi ha già fatto esperienze simili mi ha detto: “vedrai, per quanto tu voglia andare a dare, quello che ti porterai a casa sarà molto di più.” Non è che non ci credessi, è che non mi aspettavo che in pochi giorni sarebbe stato molto di più del di più.
Ci siamo lasciati alle spalle la casa e le montagne del Kosovo con la lacrimuccia, nel silenzio, ma con una gioia dentro immensa. Ognuno di noi, a suo modo, si è misurato con se stesso, con la sua quotidianità, con il suo sentire e le sue esperienze. Tutto questo decanterà in noi a lungo, molto a lungo.
“Ero partita con in testa una cartolina del Kosovo in bianco e nero, mi sono resa conto che in realtà è tutto molto colorato” ho detto l’ultima sera. “Forse, in realtà, non è che ti sei resa conto che ciò che c’è al di là dell’adriatico non è poi così variopinto come credevi?” mi ha punzecchiata Rino con la sua proverbiale sagacia.
Forse, caro Rino, sì. E forse, è che un pochino del colore del Kosovo merita di essere portato anche qui.
Arrivederci.

Giorno 1. PRISTINA.

Questo viaggio è cominciato con un rumoroso silenzio. Un rumore fatto di uno sciopero aeroportuale che sembrava potesse far saltare tutto. E che si fa in caso? Silenzio. Si aspetta. Si osserva. Si spera. Forse un pochino si prega.
Quando abbiamo letto la notizia, il silenzio si è fatto rumoroso di tutti i nostri pensieri e delle nostre speranze.
Ci abbiamo sperato così tanto che su un 70% di voli annullati, il nostro non era fra questi. Grazie. Grazie. Grazie.
Siamo in Kosovo da poche ore. Un viaggio dalle Alpi ai Balcani. Il volo ci ha donato colori e viste pazzesche di un’Europa che sa di unione ma ha ancora tante sfumature di divisione.
Pristina è strana. Da un lato cani randagi e una fotografia di un paese che ha tanto da dire su un foglio ancora macchiato di cupo colore. Dall’altro un’accelerazione americanoide di uno sviluppo che sa di una fotografia di altri tempi, catapultata nel presente.
Qui sono tutti gentili. Abbiamo già fatto amicizia. Stasera ci si riposa. Domani si comincia. Ci aspettano un bel po’ di Km. Leskoc arriviamo!

Giorno 2. Klina. Casa di Leskoc.

Siamo arrivati. La foto non è venuta benissimo, ma è il riassunto di ciò che mostra che è importante.
Una stanza, dieci PC. Ovvero dieci opportunità.
Era la stanza lettura, oggi è diventata la stanza multimediale 😊 (e lettura 😉).
Finisce così la nostra prima serata al Campo di Leskoc, in questa sala, alle 23. C’è stato qualche inghippo, ma ce l’abbiamo fatta. Mai squadra è stata più casuale e insieme più coesa e funzionale. Flavius Florin Harabor è il nostro MCGiver. Non vi dico altro. Abbiamo risolto tutti i piccoli problemi che si sono creati. Salvifico.
Ieri abbiamo giocato. Ieri abbiamo cercato di entrare in punta di piedi, per comprendere con quale bagaglio si avviasse questo viaggio. I ragazzi sono in viaggio. Lo sono sempre. Non importa che siano a Timbuktu o a Roma, nel paese più povero o più ricco. I ragazzi sono fatti di sogni, di promesse e di possibilità, oggi più che mai. Tutto è possibile.
Il digital è anche questo: poter fare tanto, ovunque. Si può essere in un paese lontano da tutto e con una connessione fare molto, anche trovare un lavoro, anche sviluppare un’opportunità dove non ce ne sono (o sono molto poche).
Il digital è uno dei tanti viaggi che un ragazzo può fare. La strumentazione richiesta può essere davvero minima, quasi basta uno smartphone, anche se certo, è meglio un PC.
In quest’ultimo mese abbiamo fatto arrivare qui 10 computer. Sono doni. Sono merito di una staffetta che li ha messi in viaggio verso Bari e poi fino al Kosovo. Il 31 dicembre sembrava impossibile, il 9 gennaio era tutto possibile, tutto fatto. Antonino Polimeni ha fatto da direttore di un’orchestra pazzesca. Pazzesca.
Oggi, se siamo qui, è merito loro, di Antonino (e di tanti altri) e di questo viaggio dei PC. Era l’unico limite, il viaggio, ma i limiti sono fatti per essere superati.

Giorno 2. Pizza. E gestione della casa. Casa di Leskoc.

Ieri era un sabato sera, qui a Leskoc. Sì, era un sabato sera ovunque, lo so 😉. Ma qui il sabato sera ha il sapore delle usanze e delle belle tradizioni di famiglia, di quelle cose che si ripetono e non annoiano mai: a Leskoc il sabato sera si mangia la pizza. Certo, fare la pizza per 30/40 bocche mica è bau bau micio micio eh. E mica qui si fa una pizza, infatti, scontata.
A Leskoc arrivano doni, come la farina. Arrivano strumenti utili, come un forno a legna per la pizza napoletana. Arrivano tante cose, ma le cose utili vanno trasformate. C’è un sottile confine tra possibile e impossibile, ed è il seme delle opportunità. I ragazzi partecipano alla produzione della pizza. Impastano. Infornano. Sfornano. Un gioco, una condivisione, per insegnare qualcosa di prezioso.
E fanno una pizza superba.
Alcuni ragazzi lavorano, in estate, quelli più grandi. Fanno esperienza. I giorni passati a infornare per seguire una tradizione vengono trasformati nella capacità di generare un lavoro. E che lavoro! Quando studiavo mi pagavo gli studi lavorando come cameriera. Un pizzaiolo veniva pagato il doppio (e finiva prima) e io ho sempre sognato di imparare a fare la pizza. Ancora di più sapendo che chi la sapeva fare aveva un’ulteriore capacità di mettersi a viaggiare, in tutto il mondo. Non l’ho mai imparato, mannaggia.
Saper rispettare le regole, sapersela cavare in qualsiasi situazione, saper fare qualcosa di spendibile, sempre, ovunque. Anche la pizza, perché no.
Noi siamo qui con una goccia nel mare, la goccia del digitale. Intorno abbiamo un mondo di opportunità che si sono create nel tempo e che sono la vera risorsa di strutture come queste. C’è già un mare. Imparare in questo modo è bellissimo.
Viva l’imparare. Facendo.

Giorno 2. 29 gennaio 2023. Casa di Leskoc. Klina. Kosovo.

Ieri la vera sfida: ok che avevamo creato la sala multimediale, ok che ci avevano donato i computer e ok che avevamo trovato un modo per farli arrivare qui.
Però quando entri in una sala con degli adolescenti la questione dell’attenzione e della trasmissione delle passioni non è mica uno scherzo eh.
Quando siamo partiti, mentre ci organizzavano e pensavamo a che contenuti trasmettere, mentre avevo l’onere di realizzare un programma e dare un filo al percorso, ci siamo interrogati molto. Abbiamo parlato di sogni, per loro e per noi, di obiettivi, di KPI. Eh sì, non bastava realizzare la partenza e, quando si percorre una strada nuova, è almeno importante fissare dei passi. Come si fa? Per prima cosa immaginando dei risultati.
Cosa desideravamo ottenere? Quali passi dovevamo mettere uno in fila all’altro per raggiungere ogni pezzetto del nostro obiettivo? Cosa dovevamo essere pronti a modificare e adattare al bisogno?
Ci siamo incontrati fra di noi e abbiamo coinvolto anche uno psicologo, per avere una visione generale più ampia. Ci siamo scambiati trilioni di messaggi. Abbiamo fatto riunioni tutti i giorni, anche fino a notte, da quando siamo qui. Sono scambi funzionali, con la dinamica della costruzione produttiva e proattiva del miglioramento. Nulla è fisso. La visione è solida, gli step possono cambiare.
Ieri è successo proprio questo. Ci aspettavamo ragazzi che, nei loro giorni di vacanza, avrebbero giustamente avuto anche desiderio di fare altro, piuttosto che stare in un’aula a sentire parlare del digitale. Ci siamo sfidati a raccogliere il loro interesse, a carpire le aree su cui lavorare.
È finita così, e siamo davvero pieni di gioia per questo.
Oggi è un altro giorno, ma ve lo racconto dopo, visto che dobbiamo metter su un sito e spiegar loro le Ads. Oggi è un altro giorno.

Giorno 3. 30 gennaio 2023. Casa di Leskoc, Klina. Parliamo di mozzarella.

Oggi vi vorrei raccontare che sono riuscita a fare la mozzarella con le specialiste del Caseificio della Casa Umbra, qui a Klina. In realtà ce l’abbiamo fatta, ma la tecnologia ci ha abbandonate. Mannaggia.
Rita e Dori erano felici che partecipassi. Qui nella Casa hanno le mucche dell’azienda agricola in cui lavorano i ragazzi, qui a valle, che producono un super latte per il caseificio. Danno da mangiare alle suddette mucche solo erba medica, pisello, mais e grano autoprodotto, non mangimi. E si sente. Ho mangiato dello yogurt e del latte spettacolari, e anche una caciotta e del caciocavallo. Mi trasformerò presto in un siero di latte, lo so, ma sono troppo buoni per non mangiarli.
Ad ogni modo, la mozzarella è una delle cose più richieste. La vendono a supermercati e ristoranti/pizzerie. 250 kg di latte, ogni altro giorno, con l’obiettivo di produrre molto di più.
Io che vengo dal nord non è che vedo tanta produzione di mozzarelle, da noi si fa più che altro ricotta, puina, forme fresche e stagionate. Le malghe fanno questo, e lo capisco. La mozzarella non è facile. Qui invece fanno più che altro i freschi e la mozzarella. Una roba superba. Non mi ci fate pensare mentre scrivo, che poi mi viene voglia di tornare in caseificio.
Vabbè, dicevamo.
Ero con le ragazze e le signore del caseificio, che non sono solo ex ospiti della casa che hanno trovato un lavoro, ma anche donne del circondario, che collaborano e vengono stipendiate. Ogni litro di latte è prezioso. Ogni mozzarella è un’opportunità. Ogni vendita è un pezzo di stipendio e un arricchimento per la comunità.
Erano orgogliose di farmi fare dei video, farmi provare la consistenza, farmi fare le trecce. Peccato però che dopo poco che la macchina ha iniziato a lavorare l’impasto – azz! – la simpaticona si è bloccata. Ci abbiamo provato a sbloccarla, ci abbiamo provato tanto, ma non si è riavviata e non si capisce bene cosa sia successo. Buttare via litri e litri di latte, kg di impasto. Eh no.
Sconfortate, le donne hanno preso l’impasto e si sono messe a fare le trecce. “Abbiamo un nuovo cliente, ma non sappiamo se accetterà le trecce, voleva le mozzarelle”. Dopo aver scoperto che il cliente era una pizzeria, abbiamo ipotizzato di spiegargli che le trecce le può usare tranquillamente e che, anzi, forse sono migliori perché rilasciano meno acqua. A una certa mi sono pure offerta di fingersi esperta italiana per le pizzeria, per spiegare i pro. Vendita. Stica.
Ti rendi conto di come le cose siano sfuggenti, come la tecnologia sia utile ma anche instabile, di come affidarsi a una macchina possa renderti vulnerabile.
Oggi ho imparato a fare le trecce di mozzarella, e ne ho una mia mia mia che hanno fatto proprio per me. Oggi, ho imparato che la mozzarella non puoi decidere tu quando farla, lo decide lei. Mi sarebbe bastato questo come insegnamento, prezioso: ci sono cose che fai solo quando lo vogliono loro. Poi, ecco, è successo tutto questo e ho imparato che siamo l’essenza delle nostre decisioni, quando meno ci aspetteremmo di doverle prendere.
Grazie Rita, Dori e macchina delle mozzarelle. Grazie di cuore.

Giorno 3. Serata.

La casa di Leskoc è condivisione. Chi arriva qui partecipa alle attività della casa. C’è bisogno di tutto.
Qui ci sono dalle 20 alle 30 persone che ogni giorno vivono le esigenze della Casa e delle famiglie che si sostengono. Condivisione è la parola chiave.
Condividere significa fare anche le cose più semplici, come regalare un sorriso, salutare nei corridoi, tenere in ordine, prendersi cura. Ci si prende cura del luogo e delle persone, dentro e fuori la casa.
Gli ospiti qui vengono per offrire. Qualsiasi cosa. Molti di noi pensano di non poter offrire, di avere poco da dare. Anche cucinare una pasta al pomodoro, invece, qui è importante. Cucinare per 20-30 persone non è una cosa scontata. Se lo deve fare un membro della casa, dovrà scegliere se togliere quel tempo ad altre attività, magari con i bambini che vengono accolti ogni giorno, o nell’organizzare gli aiuti alle famiglie povere della zona. O nel prendere fiato tra le tante cose da mettere in fila.
Alla Casa di Leskoc anche dire: “ehi, stasera cuciniamo noi” è importante. Significa che genitori e operatori possono dedicarsi ad altro, possono anche prendersi del tempo per sè, se serve, o ascoltare un ragazzo nei suoi bisogni quotidiani. Quanto diamo per scontato che aiutare anche nelle cose semplici sia un modo per donare quel tempo a chi amiamo? La frenesia dei nostri giorni ci frega un po’, penso che sia un gioco a perdere, talvolta, tra il nostro tempo e quello altrui. E invece, anche cucinare ha valore, tanto valore. Ed è una cosa semplice.
E così stasera abbiamo cucinato. Cosa potevamo fare? Un risotto. Qualcuno ha detto: “ma dai, un risotto agli adolescenti!” E in effetti se penso a me adolescente, il risotto non era poi il mio piatto preferito. Ma qui si gioca anche a “La prova del cuoco” ovvero si fa con quel che c’e: apri la cella frigorifera, vai in dispensa, cerchi di capire cosa sia possibile inventare. Stasera avevamo riso, scamorza, del prosciutto affumicato di manzo, porri e cipolla. Abbiamo fatto un risotto. E che risotto!
Fare il risotto per 26 persone… che vuoi che sia? E il secondo? Cavoli, qui si mangia anche il secondo, i ragazzi sono in pieno sviluppo! E allora dai, ci sono le uova, e c’è il cavolo viola. Fatta!
Eccoci all’opera. Da digital teacher a community chef è un attimo.
Gli adolescenti odiano il risotto? Lo abbiamo finito tutto, e abbiamo anche abbondato le dosi. Ci hanno pure fatto i complimenti. Chi ha tagliato le cipolle, chi le uova, chi ha fatto il brodo, chi ha seguito la cottura del riso. Anche questo è stato un bel lavoro di squadra. E l’inizio di una bellissima serata.
Se andasse male col digitale, almeno noi abbiamo un futuro, forse 😅. I ragazzi, invece, anche in questo ci battono: imparano tutti ad arrangiarsi e cucinare, così come vi ho già raccontato che fanno le pizze. Se penso che a vent’anni ho conquistato un ostello con la semplice pasta al pomodoro, beh, che bella opportunità. Andate nel mondo a fare pasta al pomodoro, non è che crei un lavoro, ma vi darà quelle connessioni che… chissà! Se poi fate il risotto, beh, beh, beh… 🥰

Giorno 4. Kosovo. Casa di Leskoc.

Oggi sarò breve. Mi ha tolto le parole il colore del cielo. Il sogno? Vedere bene com’è questo panorama. Già con le nuvole promette meraviglie.
La foto del cielo la trovate qui
Quando venite qui vorrei che partecipaste alle attività della casa“. Era l’inizio di gennaio quando abbiamo sentito Rinaldo per spiegargli bene il progetto. Berta, Flavius e Fabio non sapevano ancora bene cosa avrebbero fatto in quel di Leskoc, mentre Antonino Polimeni, Angelo Antonio Annibaldis e io fantasticavamo da un pochetto su quello che volevamo portare ai ragazzi.
Ovviamente partecipare ai bisogni della casa era per noi scontato. La sua domanda ha ricevuto un sonoro sì. Lui, con l’umiltà che lo contraddistingue, ci ha detto che andare almeno un giorno “a famiglie” era una cosa che gli avrebbe fatto tanto piacere. Mi e ci sembrava il minimo. La sua era una richiesta sincera, volta all’aiuto ma anche all’orgoglio di mostrare in che modo la Comunità della zona viene sostenuta dalla Casa.
Andare a famiglie. Portare i pacchi. Prima di farlo sembrava quasi una di quelle esperienze che si devono assolutamente fare in un viaggio, una specie di tappa super consigliata di un manuale. È che finché non vai a famiglie certe cose non te le immagini. Tutte le persone che trascorrono del tempo a supportare la Casa di Leskoc vanno a famiglie e andare a famiglie è la cosa più immersiva che ci sia, ma anche la più tosta. Cazzo se è tosta.
Il pomeriggio, i volontari e gli addetti/interpreti prendono uno dei mezzi a disposizione nella casa e consegnano viveri e generi di prima necessità alle famiglie bisognose della zona. Poveri, indigenti, famiglie numerose che fanno fatica a sostenersi. La Casa di Leskoc supporta circa 150 famiglie, tra Klina e Peja. Cattolici, musulmani, ortodossi, tutte le religioni e tutte le nazionalità.
Alle 14 si fanno i pacchi. Ciò che arriva nei container dell’Italia, ovvero pasta, pane, biscotti, farina e scatolame, vengono messi negli scatoloni, distribuiti in base al fabbisogno. Poi si aggiunge sempre un detersivo, qualcosa per i bimbi, medicine se richieste. Se ci sono, si mettono dentro anche pigiami o vestiti.
“Un tempo arrivava tanto dai colossi del retail, mentre oggi ci sono tante esigenze differenti nel mondo e con la guerra in corso, arriva meno: molte cose dobbiamo comprarle”. Le donazioni, come il 5 per mille, o i versamenti volontari, così come gli altri aiuti che arrivano, sono destinati per lo più a questo: sostenere le famiglie bisognose. Oggi, farlo, è un pochino più complesso di ieri. Ma qui la provvidenza si manifesta ogni giorno, anche per i più scettici.
Verso le 14.30 i pacchi sono pronti e si parte. A capo di tutto c’è generalmente Violetta. Lei ha studiato in Italia, ha una scoliosi che non è stato possibile curare e si prende cura di tutti. Violetta è un angelo, nel vero senso della parola. Nata nella zona, lei sa bene il Kosovaro e in tanti la conoscono per il suo buon cuore. Chiedetele però di guidare poco, che se ci sono volontari che hanno piacere di cimentarsi con il van o con l’8 posti, lo preferisce. Io li ho guidati entrambi.
Nel pomeriggio si visitano 3-4 famiglie, a seconda delle distanze da percorrere. Ognuna di loro ha una storia, un vissuto che trascende qualsiasi immaginario per chi viene da un paese tutto sommato fortunato come il nostro. Il Kosovo ha vissuto la guerra, certo, ma è ciò che essa ha seminato e lasciato che si riversa inesorabilmente sul futuro, anche dopo 20 anni. Ci sono radici che nemmeno due generazioni potranno estirpare.
Guerra significa armi chimiche e tradizionali, ma mentre le une hanno generato ferite visibili, le altre ne hanno generate di inimmaginabili, probabilmente nemmeno per chi le ha usate. E guerra significa anche paura, shock, traumi che difficilmente si cancellano.
Le famiglie più bisognose, qui, sono composte con matrimoni combinati tra fragili, quasi a voler generare un mix tra simili, con risultati che non sto qui a descrivervi. La genetica poi ha fatto il suo. Il contesto ci ha messo lo zampino e alcool e violenza si sono incuneati per andare a sviluppare un mix che mai avrei immaginato di incontrare.
In tutto questo, ci sono i bambini. Chi ne ha 6, chi 7, chi 13, perché dopo 12 femmine serve per forza il maschio (eh!). C’è un mix umano che ha un bisogno enorme di amore, accettazione, sostegno.
Alla Casa di Leskoc fanno questo: sostengono. La “scusa” del pacco alimentare è il deterrente per scoprire altri bisogni, chiedere se servono visite o medicine, capire se i bambini vengono trattati come bambini o sfruttati. Purtroppo capita anche questo: padri che vendono le figlie, altri che le fanno prostituire, madri che portano i piccoli a mendicare. Ognuno trova un suo modo, tra la via della disperazione e quella della sofferenza.
Mentre viaggiamo Violetta racconta ogni storia. Ne sa 150 e oltre, perché conosce quella di ogni membro della famiglia. È lei che segnala le varie situazioni, ha un radar, come per una ragazza che non voleva farla entrare, o per un signore che usava male le medicine o… o mi sa che lo racconto domani, che questo post si fa lungo 😜

Giorno 4. Parte 2. Kosovo. Casa di Leskoc.

Violetta racconta, vi dicevo. Sa ogni storia. Conosce ogni famiglia, coi suoi pregi e coi suoi limiti. Lei aiuta la casa da tanti anni. Il suo italiano ha l’accento toscano che fa tanta simpatia. Entra in punta di piedi, Violetta, nonostante siano anni che accede nelle case delle persone povere della zona. Alcuni sono anche parenti. Lei, comunque, entra in punta di piedi.
Ci sono situazioni e storie che è difficile anche immaginare. Viviamo in uno spazio e un tempo così trasformato, che nemmeno un libro o una foto possono tradurre ciò che c’è lì. Il Kosovo è di fatto il paese più povero d’Europa. La storia del Kosovo è drammatica. 1600 kosovari a oggi non sono ancora stati ritrovati. Ogni tanto, purtroppo, affiora una fossa comune, ma il riconoscimento dei corpi è pressoché impossibile. Ci sono famiglie che non hanno più avuto notizie dei figli, dei nipoti, dei padri e delle madri di bambini che sono stati abbandonati, senza conoscere la loro storia. La guerra è ufficialmente finita nel 1999. 24 anni fa. Ci sono nuove famiglie che si sono formate, nuovi nuclei, nuove storie, con radici ritorte e sgangherate, dolori, paure e traumi, ripercussioni psichiche e fisiche che forse nemmeno due generazioni potranno mutare.
Qui a Leskoc i primi ad arrivare sono stati Massimo e Cristina, con un convoglio italiano. Volevano aiutare i profughi, i bambini, fare qualcosa. Lo hanno fatto per qualche anno, poi la guerra è finita. Qualcuno aveva offerto una casa, avevano un rifugio. I bambini erano tanti, ma c’era davvero di tutto. Poi il 1999 è giunto. Che fare? Non si potevano abbandonare queste persone. Questa è la vera parte della storia. Da un’esigenza contingente è nato un progetto.
La casa iniziale è stata sistemata, è stata trasformata in comunità. Ospitava chi aveva bisogno, dava aiuto ai dintorni. Ma si può vivere di sola solidarietà? Si può insegnare a sopravvivere o si ha l’onere di dare di più? Il progetto della Casa di Leskoc è diventato un sistema in cui la solidarietà doveva avere a che fare con le opportunità. Da un lato dare assistenza, dall’altro fornire un lavoro, insegnare qualcosa. Caseificio, panificio, stalla, campi. E la casa da sistemare, in cui pulire e cucinare. È tutto prezioso per dare un’opportunità.
Tutto questo è possibile grazie alla nuova Casa di Leskoc. Un ambiente in cui tutto questo si sviluppa. E va gestito. Qualche anno fa Rino e Francy sono subentrati a Massimo e Cristina. La Casa di Leskoc è una missione. Aiuto e lavoro. Sostegno e opportunità. Perché c’è chi ce le ha le caratteristiche per potercela fare, e c’è chi avrà sempre bisogno di presenza. Entrambi, meritano amore.
Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnargli a pescare e lo nutrirai per la vita.
È stata una giornalista e amica che mi ha ricordato questo proverbio (in teoria cinese). Era calzante per il nostro progetto di digitalizzazione, è perfetto per ciò che fanno qui.
Il fatto, però, è che qui ci sono potenziali pescatori, è vero, ma c’è anche chi non riuscirà mai a prendere una canna in mano, e tantomeno una rete. E chi sa pescare, in questo caso, ha l’onere e l’onore di condividere, o almeno di provarci. Si chiama comunità e ognuno ha valore, anche chi non sa nemmeno riconoscere la lenza e l’amo… Tant’è, ma magari lo racconto domani. 😊

Giorno 4. Parte 3. Kosovo. Casa di Leskoc.

Dunque dicevamo di Violetta. E di Wilma. Entrambe vanno “a famiglie”. Cosa significa “andare a famiglie”? Si va a famiglie per portare conforto, materiale e immateriale. Si portano pacchi, alimenti, un sorriso, qualche decina di minuti di ascolto.
Ascoltare significa capire i bisogni, comprendere le difficoltà, anticipare le problematiche. Le persone parlano, ma difficilmente esprimono. Chiedere aiuto è forse una delle cose più complesse che ci troviamo ad affrontare, ovunque, non solo in Kosovo. Chiedere aiuto qui significa ammettere che si ha bisogno di legna per la stufa, e l’inverno è freddo. Significa ammettere che il medico che ti ha dato le medicine non ha tenuto conto che non sai leggere nè scrivere e che ci sono modi “altri” per spiegare come assumere. Chiedere aiuto significa ammettere che devi barattare la tua stufa con sacchi di farina, che non sai come tenere asciutta la legna e ti tocca bruciare la plastica per farlo.
Violetta e Wilma, che fanno da interpreti oltre che da operatrici, sono sentinelle e radar di tutte queste situazioni, e cercano ogni volta di comprendere come andare oltre quel pacco, oltre quel sorriso, nel rispetto dell’umanità e delle dignità di ognuno.
Ci sono situazioni drammatiche qui. Ci sono matrimoni combinati tra persone con disagi psichici, che è come mettere un carico da 90 sui figli che verranno. Ci sono uomini che non sanno come mantenere un lavoro, persone che non hanno dormito per settimane nella paura degli attacchi che i loro villaggi avrebbero potuto subire. Ci sono ex combattenti che hanno subito traumi fisici, e altri che ne hanno di mentali. Nessuno è stato recuperato, forse pochi. E così in queste terre di mezzo, non avanza uno stato di cultura che genera autosufficienza. Pochi si salvano, pochi hanno quel qualcosa che porta un cambiamento. La ferita è ancora aperta.
Durante il nostro viaggio abbiamo conosciuto un uomo che si è visto abbandonare dalla moglie, con sei figli in carico. Il figlio grande ora ne ha 3, la più piccola è Reina, di 1 anno. Vivono tutti con lui in una casupola ordinata e pulita, ma che sarebbe stretta per una famiglia di 3 persone, figuriamoci per 10… È così umile che non se la prende col fratello che, dopo aver fatto fortuna all’estero, gli ha costruito una villa davanti a casa, quasi a siglare la differenza tra loro due. Una differenza pesante.
Quest’uomo ha meno anni dei miei genitori, ma ne dimostra almeno 15 in più. Appesantito, dolorante per una schiena che non gli permette di lavorare, non ha mai smesso di sorridere durante la nostra visita. Lui non sa leggere. Sono i volontari della casa che, quando hanno scoperto che non gli passava il mal di schiena nonostante le medicine, hanno scoperto che aveva invertito le gocce per il dolore, da bere, con il collirio, da mettere negli occhi. Ti scappa quasi un sorriso, pensandoci, ma poi ti si intenerisce il cuore, quando vedi la sua frustrazione nel raccontarlo.
È parlando con lui che hanno scoperto che aveva bisogno di una stufa. È sempre parlando con lui, dopo avergliela trovata, che hanno scoperto che a una certa l’aveva barattata con due sacchi di farina. “Avevamo fame” ha risposto. “Ma la stufa valeva almeno 5 sacchi di farina!” gli hanno detto. “Eh, lo sapevo che mi fregavano, ma avevamo fame” ha risposto sempre con lo sguardo ingenuo di un bambino che non sa come esprimersi.
Con lui c’era la figlia piccola. Era tutta sorridente. “Mi sono fidanzata” ci ha detto. “Sì, però la mia mamma si è sposata prima di me” ha aggiunto con lo sguardo trasformato. La mamma l’ha abbandonata da piccola. Lei la segue sui social e ha visto che ha un nuovo uomo, che si è spostata. “Un matrimonio combinato” ci ha spiegato Violetta. Qui è normale. Una persona in meno da sfamare. E poi c’è la dote. Per chi parte è un’opportunità, almeno sulla carta. Il sogno di una vita migliore, di uno spazio proprio. Talvolta accade, altre volte si uniscono persone con difficoltà, il che genera nuove difficoltà. Come nel caso della donna che accende il cielo di colori, e della bimba dalle ossa di cristallo. Altra storia, magari la racconto domani, che anche a pensarci è difficile, non solo per averla conosciuta.

Giorno 5. Kosovo. Casa di Leskoc.

Oggi è un giorno che sa di pezzi da mettere insieme e fili da tirare. Un giorno che non sa di finali in arrivo, ma piuttosto di nuove riflessioni. L’ultimo giorno.
Stare in Kosovo significa immergersi in un mondo altro, a meno di due ore di volo da casa. Custodito tra le montagne, il Kosovo cela un mondo che sa di racconti dei nonni, che profuma di un tempo che qualche volta ci hanno raccontato, ma che non abbiamo mai vissuto.
Una sfida tra passato e presente. Siamo venuti qui disarmati, pronti a tutto e in fondo, non pronti a niente. Avevamo delle idee, dei sogni, anche dei bisogni. Ognuno di noi ha portato una parte di sè, tra sicurezze e vacilli. Siamo entrati con qualche obiettivo e ci siamo fatti contaminare. Questa esperienza, dopo soli pochi giorni, dà certo molto più a noi che a loro.
Oggi è il giorno giusto per tirare le fila e chiedersi se proseguire, ma anche come farlo. Immergersi nella Casa di Leskoc è un’esperienza totalizzante. Non c’è spazio per l’individualità, non durante una permanenza breve, almeno. Ogni richiesta, implicita ed esplicita, ti fa venire voglia di renderti partecipe e disponibile.
Oggi abbiamo cercato di raccontare il lavoro, le opportunità, abbiamo fatto fare esperienza e sperimentare. Mettere a terra non è semplice. Quando formi, se hai la voglia di insegnare davvero, vorresti lasciare tutto, vorresti portare quanto più possibile e tradurre anni di esperienza in insegnamenti. Non si può, e fare mille passi indietro per dimensionare cosa è utile, per capire qual è il seme alla base del frutto che vuoi far maturare, è una sfida costante, così come comprendere che quel seme potrebbe svilupparsi in terreni “altri”.
Il seme che abbiamo lasciato oggi ha generato diversi germogli, almeno in noi. Oggi abbiamo fotografato, abbiamo giocato con una macchina fotografica particolare come la insta360, siamo andati ancora a famiglie, abbiamo cucinato e ballato. Oggi, in una giornata di sole che ha fatto apparire montagne meravigliose intorno a noi, abbiamo mischiato un pochino di più ciò che siamo con ciò che potremmo essere, al di là delle montagne, al di là di qualsiasi confine.
Antonino si è speso in un superbo pulled pork, Wilma ci ha insegnato danze kosovare, Berta ha raccontato sorrisi con il suo occhio fotografico sapiente e attento. Fabio ha disegnato, lasciando ai bambini l’aggiunta delle note di colore, Flavius ha rimesso in sesto l’ufficio, tra fili, chip e cavi di vario genere. Io ho ascoltato. Ah, e ho guidato un furgone 9 posti per la prima volta in vita mia. Non è nemmeno andata male, se non fosse per una piccola ramanzina dalla polizia locale, che tutto sommato è andata bene 😉.
Non ci sono confini, limiti o scopi egoistici quando apri porte che forse erano solo rimaste socchiuse. Tornare alle cose semplici, a un grazie, a un’offerta di aiuto sincera, alla condivisione senza richieste. Questi sono davvero giorni in cui si aprono porte, e in primis si apre il cuore, anche se pensavi che fosse già aperto. Qui in Kosovo è così. Un mondo che non abbiamo mai vissuto e che forse, chissà, torneremo a vivere.

Giorno 5. Kosovo. Casa di Leskoc. Serata commozione. Ultimo giorno qui a Leskoc.

Antonino Polimeni ha fatto il pulled pork. Berta Pinna ha fatto foto. Fabio Antichi ha fatto disegni. Flavius Florin Harabor ha fatto cose. Io ho fatto consegne.
E i ragazzi, insieme agli operatori, ci hanno organizzato una festa. Qui funziona così. Il camino acceso, le montagne innevate sullo sfondo. Sorrisi, tanti sorrisi, specie con la pancia piena della delizia che è uscita dalle mani dell’avvocato del digitale, versione english chef.
Stamattina giravano cassette di legno e colori a tempera. Noi facevamo lezione intrattenendo i ragazzi che sono a casa da scuola. I bambini, invece, si prodigavano a realizzare cose. Quelle cose erano per noi. Complice Violetta, ovviamente, che riempie la Casa di foto. Che meraviglia! A una certa è venuta in aula. Furbetta Violetta 😉. Diceva che era interessata. Ehhhh… in realtà scattava foto. Alla sera abbiamo appreso il perché.
Abbiamo mangiato, ballato, riso. E poi siamo stati messi davanti a tutti, sulle sedie agghindate di lavoretti. Ognuno di noi aveva il suo, ognuno aveva un biglietto. “Leggete” ci hanno detto. E così ha iniziato Fabio, che già aveva gli occhi rossi, poi è toccato a Flavius, che non dite che vi ho detto che si è commosso, e poi Antonino, che ormai è di casa e per fortuna la lacrimuccia non gli scende più. Berta, io. Ognuno aveva frasi pensate e dedicate alle sue peculiarità. Incredibile come in pochi giorni la connessione con queste persone sia stata così forte da far emergere un lato di noi che forse alcuni, a casa, nemmeno conoscono. Ci hanno letto un pezzettino di anima. Ci hanno messo dentro un pezzettino in più di amore.
Un ricordo, semplice, significativo, personale. Un’idea. Uno dei più bei regali mai ricevuti. Sa di tutto quello che abbiamo vissuto e che, chissà…
Grazie. Grazie. Grazie.
Grazie anche a te che hai letto fino a qui. Sono racconti lunghi. Fisso sempre, quando posso, le parole di ciò che vivo. Non le rileggo quasi mai, le ho ben scritte nella mia memoria. Se sei arrivato a leggere fino a qui e vuoi scoprire di più, puoi seguire il mio account Instagram Silvia Signoretti, o l’account Instagram di Digital Senza Frontiere.
Il digital è senza frontiere, e come tutte le cose che hanno due facce di una medaglia, mi piace pensare che questa sia la sua faccia più bella. Mi piace pensare che il Kosovo sia solo l’inizio, come diciamo sempre con Antonino, e che ci aspettino nuove avventure.
Grazie a te che hai contribuito e ti sei appassionato. Grazie a Luca e Marco, preziosi supporti dietro le quinte, e grazie ai miei compagni di avventura, ma soprattutto grazie alla Casa di Leskoc e a tutti quelli che abbiamo conosciuto.
Grazie. Grazie. Grazie.
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